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Perché non scriviamo i nomi dei gruppi (e chiediamo a tutti di non farlo)

Citare i nomi dei gruppi e dei canali che diffondono immagini intime o fanno gogna li pubblicizza. Cosa dice il Parlamento italiano e come raccontare il fenomeno senza amplificarlo.

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In breve

  • Su questo sito non scriviamo mai i nomi di gruppi, canali o bot che diffondono immagini intime o organizzano gogne, e non pubblichiamo link per trovarli.
  • Citarli, anche per denunciarli, li fa crescere: lo ha scritto il Parlamento italiano nella relazione del 22 aprile 2026.
  • Chiediamo lo stesso a giornalisti, creator, associazioni e a chiunque condivida notizie.

Quando un gruppo che diffonde immagini intime o mette alla gogna qualcuno finisce sui giornali, la reazione naturale è indignarsi e condividere. Il problema è che, insieme all’indignazione, viaggia anche il nome del gruppo. E il nome è proprio quello che serve per trovarlo.

Cosa dice il Parlamento

La Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio ha approvato all’unanimità, il 22 aprile 2026, una relazione sulla dimensione digitale della violenza contro le donne. Riportando l’audizione del presidente dell’associazione PermessoNegato, Matteo Flora, la relazione scrive:

«Un altro superdiffusore è forse il più dannoso perché agisce in buona fede: il giornalismo imprudente. I media, i giornalisti, i creator, anche nel lodevole tentativo di denunciare un fenomeno, nominano i gruppi e le chat […] pubblicizzandoli involontariamente».

Il risultato, secondo la relazione, è una «ri-vittimizzazione di massa» e un «effetto carrozzone»: più persone arrivano nel gruppo, e il comportamento sembra normale perché lo fanno in tanti.

Nella stessa relazione si riporta un esempio: un gruppo che, dopo un passaggio in televisione, sarebbe passato da 30.000 a 260.000 membri in meno di dieci giorni. È una dichiarazione fatta in audizione, non verificata da altri, ma il meccanismo è chiaro. Anche la cronaca locale ne offre esempi: dopo la notizia di un’indagine su un gruppo Telegram, ne è ricomparso uno con lo stesso nome, con centinaia di iscritti in pochi giorni.

Per questo la Commissione propone di intervenire sul codice deontologico dei giornalisti perché nelle notizie su questi reati «non venga indicato il nome del gruppo o del sito (ove ancora attivo)».

La nostra regola

  • Non scriviamo nomi di gruppi, canali, bot o servizi che diffondono immagini intime, dati personali o accuse.
  • Non pubblichiamo link, screenshot leggibili o indizi per trovarli, neanche quando sono stati chiusi: i nomi vengono riusati.
  • Non scriviamo i nomi dei presunti autori. Spesso chi organizza queste campagne usa l’identità di altre persone: un nome sbagliato colpisce un innocente.
  • Citiamo solo casi già chiusi e già nominati in atti ufficiali, e solo quando serve a capire il fenomeno.

Come raccontare il fenomeno senza amplificarlo

Se sei un giornalista, un creator o gestisci una pagina:

  • racconta il fenomeno, i numeri, le leggi, cosa fanno le istituzioni e cosa può fare chi è colpito;
  • dai spazio alle vittime che vogliono parlare, con il loro consenso e senza dettagli che le rendano riconoscibili;
  • indica dove chiedere aiuto: numeri di emergenza, associazioni, la nostra pagina Chi può aiutarti;
  • evita il termine «revenge porn»: la vendetta spesso non c’entra. Meglio «immagini intime diffuse senza consenso»;
  • se hai il nome di un gruppo, dallo alle autorità, non al pubblico.

Se sei una persona che condivide notizie: prima di inoltrare uno screenshot o un link «per denunciare», chiediti se stai aiutando la vittima o il gruppo.

Cosa fare adesso

  • Se sei finito in un gruppo o canale: cosa fare subito.
  • Se hai informazioni su un gruppo: segnalale alla Polizia Postale (Italia) o alla polizia cantonale (Svizzera).
  • Se lavori nei media e vuoi parlarne con noi: scrivici.

Aggiornato il 14 ottobre 2026.

Fonti

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